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Sul Corriere.it Salute l'articolo di Riccardo Pietrabissa e Andrea Moro (Rettore e rettore vicario)

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 L’Università fra teoria e pratica.

Nei giorni del coronavirus il contrasto tra teoria e pratica, tra competenza ed esperienza è tornato prepotentemente alla ribalta.

 

 

 

 

Serve una preparazione teorica nel terzo millennio quando la velocità è un valore? La capacità pratica, cioè la capacità di agire, fare nell’immediato non è forse ciò che occorre davvero e non è forse rallentata dalla riflessione sulle basi teoriche? Le nostre università sono accusate di fornire ancora una educazione fortemente teorica trascurando la formazione pratica e con questo di provocare un ritardo di fatto nell’azione risolutiva dei problemi e nell’innovazione. In altri Paesi non è più così e talvolta si privilegia l’apprendimento basato sul fare (learning by doing). Riteniamo che questa contrapposizione tra teoria e pratica sia sbagliata perché entrambe sono necessarie per creare il progresso e che nessuna pratica nasce senza esser passata da una riflessione teorica ovviamente sempre mediata, come è tipico della cultura scientifica, della misurazione sull’effetto che la teoria ha sulla realtà, cioè sulle misure sperimentali. In alcuni casi la teoria non è stata sviluppata perché esistono ambiti nei quali l’azione dell’uomo e la promozione del progresso sono sostanzialmente, per loro natura, pratici nel senso che non abbisognano di rifiniture teoriche sofisticate ma si basano su prassi consolidate da tempo e su pochi e robusti principi teorici. Tali casi sono sempre più limitati perché la mancanza di un approccio teorico rende più lento e casuale il progresso. Un esempio è certamente l’agricoltura che si è sviluppata nei secoli sulla base di insegnamenti pratici derivanti dall’esperienza e solo recentemente ha potuto giovarsi di conoscenze teoriche che hanno consentito uno sviluppo straordinario in qualità e quantità di prodotti sebbene il caso dell’agricoltura possa anche esemplificare come una teoria affrettata e non davvero sperimentata possa produrre squilibri notevoli nell’ambiente a partire dalla distruzione della biodiversità dovuta a colture intensive fino ad arrivare alla creazione a tavolino di nuovi prodotti naturali. Il legame tra teoria e pratica non è mai dunque un flusso univoco: la teoria, da una parte, genera conoscenza che suggerisce applicazioni sempre più ampie anche in dominii non immediatamente ovvi; dall’altra, però, è certamente l’applicazione, quindi la pratica, che dà valore alla teoria. Nei giorni del coronavirus il contrasto tra teoria e pratica, o se si vuole, quello analogo e meno connotato in modo filosofico, tra competenza ed esperienza è tornato prepotentemente alla ribalta. Allo stesso modo, anche per competenza ed esperienza, la contrapposizione è sbagliata perché è la competenza che guida le esperienze che a loro volta arricchiscono le competenze. Sono le due facce della medaglia del progresso. L’esperienza acquisita durante precedenti epidemie aiuta a gestire l’emergenza, la competenza nella virologia a mettere a punto le difese per vincere la malattia. Senza una approfondita conoscenza teorica che deriva dalla ricerca degli scienziati non saremmo in grado di sviluppare il vaccino né i farmaci per curare i malati né, quando l’emergenza medica sarà in via di soluzione, i modelli economici per risolvere la difficilissima situazione che si è andata creando e sui riflessi che questa ha sul piano sociale. Tale conoscenza è nata indipendentemente dal coronavirus e ha richiesto decenni di studi e ricerche. La sola diagnosi non sarebbe stata possibile solo con l’esperienza, ovvero per pura analogia. Se torniamo alle nostre università dove gli studenti sono esposti ad un elevato approfondimento teorico delle discipline fondamentali che spesso non vediamo nella vita di tutti i giorni, dobbiamo comprendere che il progresso che ha consentito l’allungamento della vita delle persone, lo sviluppo di tecnologie che ci hanno abilitato funzioni impensabili, la disponibilità di acqua potabile, cibo sano, medicine, l’accesso alla musica e a molti piaceri, sono applicazioni pratiche di conoscenza che deriva da studi teorici senza i quali vivremmo ancora nel mondo dei nostri nonni. La formazione universitaria non racconta sempre e in modo esplicito le relazioni tra causa ed effetto di ciò di cui abbiamo esperienza, ma ci educa a capirne il perché consentendoci di modificare la natura e l’uomo. Il laureato, per completare la sua preparazione, deve aggiungere l’esperienza alla teoria, ma la sola pratica non gli consentirà di generare un progresso consapevole. E se il mondo è scritto coi numeri della matematica, si regge sulla logica e sulla struttura del linguaggio allora anche lo studio di queste discipline formali che fanno parte tipicamente della teoria, avranno un impatto sull’efficacia di costruire una pratica efficiente, rapida, intelligente e sostenibile. Il patto tra chi insegna e chi impara è il presupposto fondamentale perché questo rapporto dialettico funzioni: fidarsi di chi insegna e preoccuparsi che chi impara sia una persona più libera e felice.

https://www.corriere.it/salute/20_aprile_16/universita-teoria-pratica-45e05e20-7fc2-11ea-8804-717fbf79e066.shtml